mercoledì 25 giugno 2014

La Regina Elisabetta visita il set di Game of Thrones



È successo davvero.
Per la prima volta una regina vera si è avvicinata all'Iron Throne, quello forgiato dalle mille spade che si arresero a Aegon Targaryen: vestita con uno dei suoi improbabili, e ormai iconici, completi color pastello (per l'occasione la scelta è ricaduta sul giallo canarino) la Regina Elisabetta II di Inghilterra ha visitato il set della serie "Game of Thrones", a Belfast.

Accompagnata dal principe Filippo, duca di Edimburgo, la Regina ha visto i costumi e gli oggetti di scena, ha parlato con gli attori Lena Headey, Kit Harington, Sophie Turner, Maisie Williams e Rose Leslie, interpreti rispettivamente di Cersei Lannister, Jon Snow, Sansa Stark, Arya Stark e Ygritte, e visto il trono.



Chissà l'emozione degli attori dato che sono tutti inglesi.
Le foto sono suggestive, anche se purtroppo la Regina non si è seduta sul trono: avrebbe potuto dare origine alla foto del secolo.



Il tour non è stato di piacere, ma è rientrato nella visita di stato di tre giorni dei reali in Irlanda del Nord. La serie infatti è una grande fonte di guadagno per il paese: le prime quattro stagioni di "Game of Thrones" hanno portato guadagni per 139 milioni di dollari, creato 900 posti di lavoro a tempo pieno e 5700 part time.

Peccato, sarebbe stato bellissimo scoprire che Elisabetta è una fan di Tyrion e compagni (e mi puzza di team Lannister da un chilometro).




Comunque una cosa è certa: sarebbe un avversario temibile per la conquista del Trono di Spade. E per prima cosa farebbe decapitare quel bifolco americano che le ride così sguaiatamente in faccia mentre le mostra gli oggetti di scena. 


martedì 24 giugno 2014

Eddie Vedder canta "Let it Go" di Fronzen al concerto di San Siro a Milano



Frozen sarà anche ambientato in terre fredde e piene di ghiaccio, ma dal suo esordio a Natale 2013 sta continuando a mietere successi inarrestabili, infiammando critica e pubblico: incassi record al cinema, vendite folli di blu-ray, dvd e gadget vari (provate a cercare di comprare un peluche di Olaf al Disney store: va via come il pane ed è quasi sempre introvabile!), omaggi di ogni genere da artisti e fan, e ben due Oscar come miglior film e miglior canzone per "Let it Go".

Proprio la canzone "Let it Go", scritta da Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez, cantata nella versione originale dalla star di Broadway Idina Menzel (in Italia la canzone si intitola "All'alba sorgerò" ed è interpretata da Laura Chiatti), è uno dei più grandi successi del film, diventata ben presto una vera e propria hit scala classifiche.

La popolarità di "Let it Go" è riuscita a travalicare qualsiasi confine tanto da arrivare a essere omaggiata dal più improbabile degli estimatori: lo scorso 20 giugno, durante il concerto allo Stadio San Siro di Milano, i Pearl Jam hanno infatti suonato la loro personale versione della canzone, con Eddie Vedder che è passato con disinvoltura da "Daughter" al brano targato Disney.

Un mashup sorprendente per cui probabilmente bisogna ringraziare le figlie di Vedder, Olivia e Harper Moon Margaret, rispettivamente di 10 e 6 anni.


lunedì 23 giugno 2014

Alexandre Desplat Presidente della Giuria Internazionale di Venezia 71

Alexandre Desplat


Il mistero dietro al programma della 71esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia comincia a dissolversi e la prima notizia che arriva dalla Biennale è molto positiva: quest'anno non sarà un regista o un attore a presiedere la Giuria Internazionale del concorso, ma un compositore e uno dei più stimati e talentuosi del panorama contemporaneo.

Sarà infatti Alexander Desplat il presidente della Giuria.

Il compositore francese, vincitore nel 2007 del Golden Globe per la colonna sonora di Il velo dipinto, e nominato sei volte al premio Oscar, è autore di alcune delle più belle colonne sonore degli ultimi anni.

Tra i suoi lavori figurano le colonne sonore di The Queen, Argo, Philomena, Il discorso del Re, Fantastic Mr. Fox, Il curioso caso di Benjamin Button, La ragazza con l'orecchino di perla, Syriana, Il profeta, L'uomo nell'ombra, Un sapore di ruggine e ossa, Coco avant Chanel, Moonrise Kingdom, Reality, Venere in pelliccia, The Budapest Hotel, Godzilla, Zero Dark Thirty e soprattutto di The Tree of Life, film del 2011 di Terrence Malick.

La Giuria presieduta da Desplat, composta da 9 personalità del cinema e della cultura di diversi paesi, assegnerà i seguenti premi ai film in Concorso:

- Leone d'Oro per il miglior film
- Leone d'Argento per la miglior regia
- Gran Premio della Giuria
- Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile
Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile
- Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente
- Premio per la miglior sceneggiatura
- Premio Speciale della Giuria

La 71esima edizione della Mostra del cinema di Venezia comincia decisamente con il piede giusto. 







mercoledì 18 giugno 2014

Jersey Boys

Per un pugno di note: Jersey Boys, la storia di Frankie Valli e dei Four Seasons secondo Clint Eastwood

Il regista premio Oscar si cimenta con la trasposizione cinematografica del celebre musical di Broadway scritto da Marshall Brickman e Rick Elice, facendo rivivere sullo schermo la musica e lo spirito degli anni '50 e '60. Nelle sale italiane dal 18 giugno.


Da qualche parte nel mondo esiste sicuramente un ritratto di Clint Eastwood che invecchia al posto del diretto interessato: non si spiega altrimenti come un signore di 84 anni riesca a sfornare un film dietro l'altro non perdendo, quasi mai, colpi, mettendosi costantemente in gioco e sperimentando ogni volta generi differenti tra loro. Dopo i fasti da star del cinema vissuti grazie ai film di Sergio Leone, dal 1971, con Brivido nella notte, il californiano dagli occhi di ghiaccio Eastwood è passato dietro la macchina da presa e da allora non si è più fermato: 37 le pellicole girate fino a oggi, ultima delle quali è American Sniper, con protagonista Bradley Cooper, in uscita il prossimo anno. Prima di vedere Cooper nei panni di un militare della marina americana, tocca però a Frankie Valli e ai suoi The Four Seasons far scoprire al pubblico l'ennesima scommessa riuscita di Eastwood con il suo Jersey Boys.

New Jersey, primi anni '50: Francesco Castelluccio (John Lloyd Young), è un giovane apprendista barbiere italoamericano, con il mito di Frank Sinatra e la passione per il canto; Tommy DeVito (Vincent Piazza) è un criminale pieno di intraprendenza e voglia di vivere: amici fin da ragazzi, i due, insieme alla conoscenza comune Nick Massi (Michael Lomenda), mettono su un gruppo, i Four Lovers, supportati dal gangster locale Gyp DeCarlo (Christopher Walken), boss con un debole per le belle voci. Destreggiandosi tra un colpo e un'uscita di galera, i tre riescono a distinguersi dal resto della scena musicale locale quando incontrano, seguendo il consiglio della futura star del cinema Joe Pesci, Bob Gaudio (Eric Bergen), pianista e compositore. Grazie alla particolarissima voce di Frankie, che si ribattezza Valli, e all'estro di Bob, il gruppo, che ora si fa chiamare The Four Seasons, riesce a entrare in contatto con il produttore Bob Crewe (Mike Doyle) e a solcare la porta del tempio della musica americana di quegli anni, il Brill Building di New York, trampolino di lancio per il loro grande successo.

Criminalità, provincia americana, musica, passione e voglia di sfondare: l'ambientazione di Jersey Boys sembra toccare molte corde del cinema di Martin Scorsese, con i personaggi che parlano direttamente allo spettatore, la musica travolgente e la realtà quotidiana di chi vive la strada pericolosamente. Jersey Boys non è però una versione musical di Quei bravi ragazzi: trovando il giusto equilibrio tra la biografia, il film musicale, la commedia e momenti più drammatici, Eastwood confeziona una pellicola che affronta più generi, tutti accomunati dal ritmo travolgente e dal potere universale della musica. Autore in grado di affrontare generi agli antipodi, dal film di guerra come Lettere da Iwo Jima (2006), a pellicole sulla boxe come Million Dollar Baby (2004), passando per il romantico I ponti di Madison County (1995) fino al tuffo nel soprannaturale di Hereafter (2010), con Jersey Boys Eastwood non si limita al semplice biopic, come già accaduto per Invictus (2009), storia di Nelson Mandela, e J. Edgar (2011), in cui ha parlato del fondatore dell'FBI, ma mette il cinema e i suoi mezzi espressivi al servizio della musica. Da sempre grande appassionato di musica, soprattutto di jazz, Eastwood è stato il musicista country protagonista del suo Honkytonk Man (1981), ha raccontato la storia del sassofonista Charlie Parker in Bird (1988), diretto uno dei frammenti della serie di documentari Blues (2003), progetto voluto da Martin Scorsese, e composto le musiche di molti dei suoi film, come Mystic River (2003) e Gran Torino (2008): non stupisce dunque che il regista californiano abbia voluto raccontare la storia di un gruppo che ha fatto la storia della musica americana.

Affrontando la storia con il suo inconfondibile stile classico, ma ammorbidendo la durezza cui ci ha abituato nelle sue pellicole più drammatiche, Eastwood usa la voce di Valli e dei suoi amici per raccontare un percorso di riscatto personale e desiderio di rivalsa, non facendo l'elogio spassionato di questi artisti (fatto non scontato se si pensa che tra i produttori esecutivi del film figurano gli stessi Frankie Valli e Bob Gaudio), ma presentandoli come esseri umani normali, con i loro difetti, gli errori e le disgrazie che colpiscono chiunque, benedetti però da un talento fuori dal comune e da una forza di volontà in grado di trasformare anche la peggiore delle sofferenze in qualcosa che diventa meno doloroso grazie alla magia che sono in grado di creare. Canzoni immortali come “Big Girls don't cry”, “Walk like a men”, “Rag Doll”, “Sherry” e “Can't take my eyes off you” diventano il faro e lo scopo in grado di riscattare una vita intera, così come lo erano gli incontri sul ring per Frankie Dunn (Hilary Swank) in Million Dollar Baby, il senso di giustizia di Walt Kowalski in Gran Torino e la fede incrollabile nel futuro di Christine Collins (Angelina Jolie) in Changeling (2008): uomini e donne come tutti, in grado però di fare cose straordinarie.

Per raccontare la storia di questi ragazzi del New Jersey, Eastwood ha scelto di ingaggiare il cast originale del musical, aggiungendo al gruppo Vincent Piazza, il Lucky Luciano della serie Boardwalk Empire, nel ruolo di Tommy: una scelta vincente, dato che tutti i protagonisti danno il meglio di sé, sia dal punto di vista recitativo che canoro, essendo stati chiamati anche a cantare in prima persona le canzoni dei Four Seasons. Nota di merito anche per Christopher Walken e Mike Doyle, che, nei panni rispettivamente del gangster DeCarlo e del produttore Crewe, offrono i maggiori spunti comici del film. Per quanto riguarda la regia Eastwood sceglie la via della semplicità, facendo parlare la musica, concedendosi però due momenti da maestro: il carrello verticale che ci porta all'interno del Brill Building e ci mostra come in ogni piano dell'edificio stia nascendo un nuovo genere musicale fondamentale, e la scena finale, in cui viene allestito l'unico vero trascinante numero da musical della pellicola.

Anche se non sarà ricordato come uno dei massimi capolavori di Eastwood, Jersey Boys colpisce nel segno e proietta il pubblico negli anni '50, facendogli sentire il calore dei riflettori del palcoscenico e gli odori delle strade del New Jersey, grazie alla mano sicura e inconfondibile del regista e al groove irresistibile della musica di Frankie Valli e soci. 




La citazione: "Siete i Fous Seasons? Tornate quando sarete neri!"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥1/2

Uscita italiana: 18 giugno 2014


Titolo originale: Jersey Boys
Regia: Clint Eastwood
Anno: 2014
Cast: John Lloyd Young, Vincent Piazza, Erich Bergen, Michael Lomenda, Mike Doyle, Christopher Walken
Colore: colore
Durata:  134 minuti
Genere: musicale
Sceneggiatura: Rick Elice, John Logan
Fotografia: Tom Stern
Montaggi0: Joel Cox, Gary D. Roach
Musica: Frankie Valli, Bob Gaudio
Paese di produzione: USA
Casa di produzione: Warner Bros.
Distribuzione italiana: Warner Bros.




Pubblicato su XL.

martedì 3 giugno 2014

Incompresa: il racconto a cuore aperto di Asia Argento

Presentata al Festival di Cannes la terza pellicola di Asia Argento da regista, con protagonisti Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko, è un affresco sincero e grottesco della sua infanzia, vista con gli occhi di una bambina. In sala dal 5 giugno 



Ho fatto questo film per non sentirmi più incompresa” ha rivelato Asia Argento a Cannes, dove ha presentato, nella sezione Un Certain Regard, Incompresa, sua terza pellicola da regista: non è infatti difficile capire che la piccola Aria, non a caso secondo nome della regista, la bimba protagonista del film, sia una versione romanzata della giovane Asia. Bimba di nove anni nella Roma bene anni 80, figlia di genitori famosi e disfunzionali, Aria trascorre un’infanzia da un lato privilegiata, dall’altro tormentata: terza figlia di una coppia in cui entrambi padre e madre hanno avuto altre figlie da precedenti matrimoni, Aria è ignorata dai genitori, oppressa dalle sorelle più grandi e dai compagni di scuola e tradita dalla sua migliore amica e dal ragazzino di cui si innamora. Un fardello non facile da portare per una ragazzina in piena fase pre-adolescenziale, in cui ogni esperienza è determinante per la sua formazione futura. 

Sovraccarico, esagerato nel linguaggio e nella messa in scena spesso kitsch e grottesca, Incompresa è costellato di immagini e personaggi portati all’estremo, che a volte sfiorano il ridicolo ma che rispecchiano il punto di vista scelto dalla regista, ovvero quello di una bambina di nove anni: agli occhi di un bimbo, desideri, sogni e parole sono amplificati e distorti, riconducibili a bisogni primari e assoluti come il desiderio di affetto e attenzione. Non è un caso dunque che, a fine pellicola, la regista faccia dire alla sua protagonista che tutta la messa in scena è una disperata richiesta di attenzione e soprattutto comprensione: il cinema in questo caso diventa una vera e propria terapia, in cui i genitori di Aria escono con le ossa rotte ben più della piccola protagonista. 

A interpretare i genitori di Aria, doppi dei famosi e ingombranti Dario Argento e Daria Nicolodi, sono Gabriel Garko e Charlotte Gainsbourg – non a caso figlia a sua volta di genitori importanti – rispettivamente un attore di soap pieno di tic e scaramantico e una musicista incline alle droghe e alla promiscuità, totem perennemente urlanti, narcisisti e anaffettivi di una classe sociale mai cresciuta e viziata, che ha lasciato i propri figli allo sbando. Il grido di aiuto della piccola Aria, interpretata dalla straordinaria Giulia Salerno, cuore pulsante della pellicola, con la sua gioia di vivere e la voglia di essere presa in considerazione, vittima di genitori che ne hanno fatto l’incarnazione di tutti i propri fallimenti e frustrazioni, commuove e fa chiudere un occhio sui tanti errori commessi dalla regista, dettati forse da una sincerità e un desiderio di confessarsi urgente ed emotivo. Nel film della Argento c’è tutto il peggio di quell’Italia privilegiata ed egoista che vive semplicemente in funzione dei propri impulsi, ignorando il mondo che la circonda e persino i suoi stessi figli, visti come fonte fastidiosa di responsabilità che non ha la minima intenzione di assumersi. 

Nonostante le esagerazioni e le cadute di stile, accompagnate però da altri momenti in cui la mano della regista è felice, soprattutto nelle scene in cui sono protagonisti i bambini, Incompresa fa tenerezza e trasmette un’intenzione genuina e sincera di raccontare che trova la sua perfetta forma di sfogo in un film a cuore aperto.

Giulia Salerno e Gabriel Garko


La citazione: "Cercavo solo un poco di comprensione"

Hearting/Cuorometro: ♥♥1/2

Uscita italiana: 5 giugno 2014

Titolo originale: Incompresa
Regia: Asia Argento
Anno: 2014
Cast: Giulia Salerno, Gabriel Garko, Charlotte Gainsbourg, Gianmarco Tognazzi, Max Gazzé, Carolina Poccioni
Colore: colore 
Durata: 103 minuti 
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Barbara Alberti, Asia Argento
Fotografia: Nicola Pecorini
Montaggio: Filippo Barbieri
Musica: James Marlon Magas
Paese di produzione: Italia, Francia
Casa di produzione: Wildside, Rai Cinema
Distribuzione italiana: Good Films




Pubblicato su XL.

Adrien Brody, da pianista a imperatore: "Sarò Carlo V, il più potente del mondo"

Il nuovo progetto dell'attore premio Oscar, "Emperor", diretto da Lee Tamahori. Il primo ciak in agosto, fra Repubblica Ceca e Belgio. "Ma se mi offrissero un personaggio dei fumetti sarei felicissimo..." 



ADRIEN Brody diventa Carlo V di Spagna. Si intitola Emperor il nuovo film che vede protagonista l'attore americano, che abbiamo incontrato a Cannes durante l'ultimo Festival del cinema, elegante in completo grigio perla, magrissimo, voce profonda. Diretto da Lee Tamahori, il film racconta l'asceda del signore del Sacro Romano Impero, "l'uomo più potente del mondo", dice Brody. "Il film prende ispirazione dalla situazione contemporanea dell'Europa - spiega il regista - sono affascinato dalla storia e nel periodo sotto Carlo V c'è il tentativo di unificare l'Europa, si comincia a parlare di moneta unica, comincia a essere concreto il problema delle migrazioni di massa, si diffonde la stampa. È un periodo in cui la Storia inizia a cambiare per sempre, si fanno grandi passi avanti. Mi affascina la figura di quest'uomo che ha regnato su un territorio vastissimo, minacciato da ogni lato, e ha cercato di lasciare la sua impronta nel mondo". Le riprese del film, scritto da Michael Thomas III e Jeffrey Hatcher, cominceranno ad agosto nella Repubblica Ceca e in Belgio ma l'attore, premio Oscar per Il pianista, ha già cominciato la sua campagna promozionale. 


Brody, una bella sfida. 
"Il mio compito è trovare la mia verità personale in un personaggio che è realmente esistito: nel film ci saranno molte interpretazioni ed elementi di fantasia, ma comunque rimarremo fedeli all'idea di come un uomo di quel tempo e con quel potere si sarebbe comportato. Il mio obiettivo è questo: rendere giustizia alla sua complessità e fornire le giuste sfumature". 

Conosce il personaggio, ha dovuto documentarsi... 
"Per ogni ruolo faccio un grande lavoro di ricerca, e passo gran parte del tempo ad assorbire e studiare i comportamenti umani. Rubo molti dettagli e li assimilo. Anche mia madre, che è una fotografa, ha questo stesso approccio: lei cerca sempre il messaggio silenzioso pieno di significato. E così faccio io: invece della macchina fotografica uso me stesso e cerco di trovare nel mio percorso personale un qualcosa che sia vero per farlo poi emergere quando interpreto un ruolo. Attualmente sono coinvolto in diversi progetti e per ognuno mi sento molto responsabile". 

Ha in mente qualche uomo di potere al quale ispirarsi? 
"Certamente, ma non mi piace fare nomi. Svelare così, seduti in una stanza, i segreti di come si costruisce un personaggio toglie un po' di magia al film: dissezionare il ruolo e svelare i miei riferimenti mi porta fuori. Il concetto stesso di celebrità è controproducente per la bellezza del cinema: non conoscere nulla della persona che interpreta quel determinato personaggio secondo me dà forza al film. Cerco sempre di tenere separati i miei personaggi dalla vita privata per non rovinare la bellezza e la magia del cinema". 

Ha spesso accettato ruoli complessi, drammatici. Se le offrissero un personaggio tratto da un fumetto? 
"Non mi offrono quei ruoli, non so perché. È curioso, perché avrei davvero voluto interpretare Joker: mi affascina molto, è scritto in maniera affascinante. Heath Ledger ha fatto un ottimo lavoro, ma per me sarebbe stata una benedizione: un ruolo del genere supportato da una produzione così e diretto da un regista del valore di Nolan. I cinecomics mi affascinano perché trasformano un disegno in qualcosa di vero e magico. Se mi dessero la possibilità di interpretare un villain e di dargli lo spessore degno di un attore, lo farei. Iron Man è un ottimo esempio: hanno dato a un grande attore la possibilità di fare suo il personaggio e di renderlo unico grazie al suo humour e alla sua personalità. In questo modo vengono coinvolti sia gli appassionati di fumetti che le persone che non hanno mai letto un albo. E poi, i cattivi sono sempre più divertenti da interpretare". 

L'attore in grado di interpretare Szpilman in Il pianista può entrare nelle scarpe di Schwarzenegger? 
"Ho fatto Predators esattamente per dimostrare questo. Ma restando allo stesso tempo fedele all'originale, pur conferendo un po' di modernità al personaggio. I soldati contemporanei non sono muscolosi come Arnold, ci abbiamo messo più realismo. Se devi fare un reboot oggi secondo me devi proporre qualcosa di nuovo e coraggioso rispetto all'originale. Per questo ringrazio Robert Rodriguez che ha lottato per me in Predators, nonostante lo scetticismo iniziale della Fox e le critiche dei fan. La soddisfazione poi l'ho avuta dopo il film: fan storici della pellicola mi hanno ringraziato per aver restituito genuinità alla serie".


Pubblicato su Repubblica.it

sabato 31 maggio 2014

Maps to the Stars: Cronenberg, dalla mutazione della carne al virus della parola

Presentato in concorso a Cannes, dove Julianne Moore ha vinto il premio come miglior attrice, il nuovo film di David Cronenberg esplora il mondo freddo e surreale della Hollywood contemporanea. Nel cast anche Robert Pattinson e Mia Wasikowska 



“By the power of the word 
I regain my life 
I was born to know you 
And to name you 

LIBERTY” 

I versi di Paul Éluard, ossessivamente ripetuti da Agatha, il personaggio interpretato da Mia Wasikowska in Maps to the Stars, ultimo film di David Cronenberg presentato in concorso al 67esimo Festival di Cannes, risuonano potenti e virali nell’ultima fatica del regista canadese. Artista da sempre interessato alla percezione umana del mondo, Cronenberg ha compiuto negli ultimi dieci anni una vera e propria mutazione del suo cinema. Dai demoni sotto la pelle (Il demone sotto la pelle), gli uomini-mosca (La mosca) e gli uomini che si fondono con la tecnologia (Videodrome, Crash) delle sue prime pellicole, in cui il corpo fisico era il punto di partenza per conoscere e capire sia il mondo reale che quello creato dai fantasmi della mente, il cinema di Cronenberg è stato contagiato da un virus ancora più potente dei parassiti che corrodono la carne: la parola. 

Arrampicatasi subdolamente attraverso i gangli neurali del protagonista di Spider, un disturbato e disturbante Ralph Fiennes, la parola ha fatto sdoppiare l’identità del cinema cronenberghiano che, smarrito in A History of Violence e La promessa dell’assassino, dove il protagonista Viggo Mortensen vive in entrambi i casi una doppia realtà, ha fisiologicamente dovuto resettare se stesso per cercare un nuovo codice espressivo. 

Il punto zero del nuovo cinema di Cronenberg va ricercato in A Dangerous Method: nel film, con protagonisti Viggo Mortensen e Michael Fassbender, interpreti rispettivamente di Freud e Jung, c’è un chiaro passaggio di testimone: l’analisi freudiana, che spiega la realtà attraverso le esperienze fisiche e sessuali del corpo, è abbandonata per abbracciare il metodo psicoanalitico di Jung. Un ritorno alle origini che ha portato alla nuova era del cinema di Cronenberg: quella di Cosmopolis e di Maps to the Stars

A contagio ormai avvenuto, le ultime due pellicole di Cronenberg mostrano una netta distinzione con i precedenti film del regista: la violenza, prima predominante, è ora assopita, sempre presente ma meno sconvolgente, le mutazioni ibride della carne sono state sostituite da un fiume di parole vomitate dai protagonisti come prima invece era il sangue. Un passaggio da dionisiaco ad apollineo che ha fatto storcere il naso a non pochi. 

Il percorso compiuto da Cronenberg è però estremamente coerente: dopo la mutazione, il regista è tornato a modelli narrativi classici, strutturando Maps to the Stars come una vera e propria tragedia greca. A sostituire re e principesse desiderosi di potere e macchiati dall’incesto ci sono le star di Hollywood, veri e propri archetipi del mondo contemporaneo. La famiglia Weiss, protagonista del film presentato a Cannes, incarna da un lato la parte frivola e superficiale della celebrità, argomento già trattato da pellicole come The Canyons, The Bling Ring e Spring Breakers, dall’altra diventa una metafora surreale e inquietante del mondo contemporaneo. Abbiamo il Dr. Weiss (John Cusack), guru delle star dai singolari metodi psicoanalitici, il terribile e sconcertante Benjie Weiss, baby star con le ossessioni e le voglie del più corrotto degli adulti (la rivelazione Evan Bird), l’attrice ormai sul viale del tramonto Havana Segrand (una straordinaria Julianne Moore che si concede alla macchina da presa con una generosità coraggiosa e incredibile), l’aspirante attore Jerome (Robert Pattison, di nuovo con Croneneberg dopo Cosmopolis) e la piromane e indecifrabile Agatha Weiss (Mia Wasikowska). 

In Maps to the Stars la simbologia è potente: incesti, fuochi purificatori, fantasmi che emergono dal passato; simboli che fanno da pilastri alla vera protagonista del suo ultimo cinema: la parola, che sembra non fermarsi mai, iper stimolata e anestetizzante, cinica e grottesca, inquietante e superficiale. I tanti protagonisti di Maps to the Stars sono figurine sbiadite e vuote, riempite di pulsioni primordiali confuse mascherate da sentimenti in realtà freddi e anaffettivi: la realtà dell’ultimo Cronenberg è glaciale e livida, come vista attraverso un vetro o uno schermo perennemente luminoso e proprio per questo opprimente. In Maps to the Stars non c’è un punto di vista unico: lo sguardo è frammentato e tutti i protagonisti sono costantemente guardati, una condizione che rende la pellicola quasi surreale. 

In questo caos ordinato e ben tirato a lucido sono poche le costanti che permettono un appiglio: il volto di Robert Pattinson, che dal sedile posteriore della limousine di Cosmopolis passa al volante in Maps to the Stars, e il nome Agatha, in A Dangerous Method moglie di Jung e qui la ragazza piromane interpretata da Mia Wasikowsa. Pattinson nel ruolo dell’autista aspirante attore Jerome si fa carico del peso della celebrità moderna, fatta di volti e corpi spesso uguali e inespressivi, carne fredda consumata con voracità e indifferenza dalla massa, mentre il personaggio della Wasikowska porta su di sé i segni del cambiamento del cinema di Cronenberg: le sue bruciature sono la testimonianza del dionisiaco sepolto, sempre pronto a emergere sotto la coltre del fiume di parole. 

La poesia ossessivamente ripetuta da Agantha diventa dunque un mantra che sembra rispecchiare lo spirito di Cronenberg: in un mondo dove il punto di vista è ormai frammentato in milioni di notizie, dati, immagini e commenti che arrivano dalla rete, in cui il corpo in quanto entità fisica non è più il primo strumento per leggere la realtà, la parola è la massima forma di libertà e analisi del mondo. Un punto di arrivo forse per molti non attraente e interessante, ma senz’altro coerente con il percorso intrapreso dal regista canadese.



La citazione: "Le persone non entrano per caso nella nostra vita: le chiamiamo"

Hearting/Cuorometro: ♥♥♥

Uscita italiana: 21 maggio 2014


Titolo originale: Maps to the Stars
Regia: David Cronenberg
Anno: 2014
Cast: Mia Wasikowska, Julianne Moore, Robert Pattinson, John Cusack, Evan Bird, Sarah Gadon, Olivia Williams
Colore: colore
Durata:  111 minuti
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Bruce Wagner
Fotografia: Peter Suschitzky
Montaggi0: Ronald Sanders
Musica: Howard Shore
Paese di produzione: USA, Canada, Francia, Germania
Casa di produzione: Prospero Pictures
Distribuzione italiana: Adler Entertainment




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